Testo di Paolo Schianchi, FrancoAngeli

In tempi di pervasività della cultura visiva il visual journalist non è più colui che semplicemente completa una notizia, ma la crea visivamente. Visual Journalism. L’immagine è notizia esplora i principi base su cui si fonda il visual journalism. Ne definisce la grammatica, spaziando dagli immaginari alle immagini figurative, narrate e in movimento; dalle immagini parassita alle immaginarie, fino a giungere alle fake images e all’etica che ogni figurazione deve possedere. Il tutto per apprendere, attraverso risposte tecnico-operative, come scrivere visivamente un articolo in epoca post-web; nonché come funziona e si realizza un’immagine che è la notizia stessa.

Un testo utile a tutti i comunicatori. Ognuno di noi diffonde informazioni e lo fa attraverso delle raffigurazioni, le stesse che pubblichiamo in quella rete che ci raggiunge ovunque

Il visual journalism cerca di comprendere, immagine dopo immagine, il cambiamento visivo in atto nel mondo della comunicazione. Si tratta di creare e decodificare una nuova grammatica visiva. Infatti, ognuno di noi si informa sempre più solo guardando, e questo libro spiega come farlo correttamente.

Mariano Diotto, Direttore Dipartimento di Comunicazione Università IUSVE Venezia-Verona
Paolo Schianchi, riconosciuto fra i principali teorici del Visual Marketing e Visual Design, è Professore di Visual communication e interaction design e Creatività e problem solving presso l’Università IUSVE – Verona e Venezia. Dopo aver diretto alcune testate di architettura e design, ora dirige i contenuti editoriali del portale internazionale Floornature.com. Segue come gallery manager SpazioFMG per l’architettura contemporanea di Milano.

Ogni comparto della conoscenza ha un proprio lessico visivo e diversi immaginari di riferimento.

Lo sanno bene i visual journalist. Essendo specializzati nella divulgazione delle notizie attraverso le immagini, infatti, indagano a loro volta ogni disciplina per restituirla visibilmente comprensibile. Non fanno eccezione scienza, divulgazione scientifica e tecnologia, poiché in tali ambiti il visual journalism ha fatto passi da gigante.

Il motivo lo si trova nella difficoltà di rendere visibile quanto, il più delle volte, visibile non è.

Si pensi a un virus, per restare in un tema di attualità; oppure alla raffigurazione di teorie complesse, come quella della relatività o dei big data, giusto per guardare in due direzioni opposte. In entrambi i casi siamo di fronte a concetti astratti che, grazie alle raffigurazioni, sono diventati di facile comprensione. Insomma, rappresentare l’invisibile per un visual journalist, specializzato nel campo scientifico e tecnologico, è una sfida quotidiana.

Proviamo a verificarne il processo creativo e le possibilità espressive. Lo scopo è di assaporare quanto in questa disciplina ci sia ancora molto spazio per il lavoro e la ricerca.

Potremmo partire dagli immaginari che la divulgazione scientifica e tecnologica portano con sé, iniziando da Frankenstein o Prometeo moderno di Mary Shelley fino allo Sci-fi ; dove letteratura e cinema hanno influenzato la nostra percezione e conoscenza. Oppure intraprendere un percorso che parte dai disegni anatomici rinascimentali per giungere alle ecografie; una tipologia di restituzione visiva che attraverso le immagini tecniche ha raggiunto ogni strato sociale, influenzandone i principi morali. In questo caso preferisco rimanere nell’attualità, appoggiando questa riflessone su quanto effettivamente vediamo in epoca post-web.

Il punto di partenza non lo cerco negli immaginari che arrivano dalla storia; bensì in quelli mutuati dall’infosfera, la stessa che ci avvolge da ormai più di un decennio. 

É interessate, in un momento in cui siamo di fronte a uno schermo a osservare immagini, indagare come queste possano influire sulla nostra conoscenza parlandoci di scienza e tecnologia. Temi caldi e di attualità. Proprio in questi mesi abbiamo fatto i conti con un nemico invisibile a cui abbiamo dovuto dare un volto per farlo esistere: il virus. Non è alla sua restituzione in forma di sfera coronata da tentacoli rossi a cui si vuole fare riferimento, anche se sarebbe interessate studiarne l’origine più vicina a un mostro da abbattere in un videogioco che a uno scatto effettuato al microscopio; ma a tutte quelle immagini che abbiamo prodotto per dargli un’identità.

Perché nell’epoca della cultura visiva tutto esiste nel momento in cui possiamo vederlo, anche solo attraverso la sua rappresentazione, principi scientifici e tecnologici compresi. Allora ecco che si è costruito un nuovo immaginario a cui tutt’ora attingiamo, nato in fretta, senza il tempo di riflettere, il quale però ha messo in luce molti aspetti della creatività dei visual journalist al servizio di una notizia. 

Come hanno raffigurato un concetto di tipo scientifico e dai risvolti tecnologici per renderlo divulgativo? Attingendo da quanto raccontavano le persone attraverso i social network. Osservando come gli inesperti cercavano di dare un volto al “nemico”, i visual journalist hanno trovato un modo creativo per raffigurarlo senza vederlo; facendone una metafora visiva composta da immagini, raffigurazioni grafiche, colori e suoni.

Come nascono, si formano e si sviluppino le immagini di tipo scientifico e tecnologico

Come nascono, si formano e si sviluppino le immagini di tipo scientifico e tecnologico per diventare comunicazione a tutti comprensibile, attraverso l’esempio della pandemia da poco attraversata. 

Essendo in questo caso il virus un “nemico” invisibile, la divulgazione di massa è andata a pescare dove conosceva, al preciso scopo di elaborare e restituire le informazioni in modo visivamente comprensibile. Si pensi ad esempio alla figura umana, all’inizio della pandemia utilizzata come portatrice del contagio. E allora tutti alle finestre a scattare fotografare di chi camminava, faceva jogging o portava a spasso il cane. Pur sapendo che chi si trovava fuori casa non era il “nemico” in sé, ma raffigurava bene le loro, anzi le nostre, paure.

I visual journalist hanno colto tale disagio, elaborandolo, giungendo così a identificare proprio nella figura umana l’elemento centrale del nuovo lessico visivo per una divulgazione di tipo scientifico alla portata di tutti. Che poi essa sia stata sana e sportiva, oppure ammalata e in un ambulatorio, l’importante era la sua presenza in ogni raffigurazione, anche solo come singola parte: un occhio, una mano o un profilo con tanto di mascherina.

I colori e i suoni in aiuto dei visual journalist

I telegiornali, i siti web e i quotidiani hanno pubblicato immagini in cui comparivano medici al lavoro, volontari sulle ambulanze e l’immancabile Pronto Soccorso pieno di infermieri febbrilmente al lavoro. In tutte queste restituzioni fotografiche erano presenti pochi, ma significativi, colori, riconducibili ai toni del verde, del bianco, dell’azzurro, del blu, ovviamente puntinati di rosso

visual journalist

Tornando quindi all’uso della figura umana, utile a rappresentare l’invisibile, ha acquistato le stesse sfumature cromatiche. Giusto per capirci, si pensi a quanto avrebbero stonato un uomo o una donna abbronzati, privi di quella pelle chiara e quasi livida che tanto si confaceva alla divulgazione di quanto stava accadendo. Si sa ammalati e ricercatori sono pallidi. Oppure gli stessi con camicie hawaiane o completamente abbigliati di nero. In particolare, quest’ultimo colore avrebbe richiamato la peste e tutto ciò che è prescientifico, insomma rischiava di allontanare il focus della notizia da una comunicazione di tipo specialistico, tecnico, dimostrabile, rigoroso ecc. In altre parole, le cromie della scienza e della tecnologia sarebbero state sovrastate da colori non attinenti a una corretta divulgazione del “nemico” invisibile.

Anche in questo caso i visual journalist hanno colto tutto ciò, trasportandolo nei loro lavori per elaborare, in alcuni casi, grafiche di sfondo o vere e proprie tabelle informative, senza dimenticare, ovviamente, le rielaborazioni fotografiche su cui hanno agito intenzionalmente.

Un’operazione, quest’ultima, effettuata non tanto per disinformare, ma al fine di rendere ancor più chiaro alla vista la notizia scientifica del momento, nonché i suoi risvolti tecnologici. A tal proposito, si pensi a come è stata raffigurata la ricerca del vaccino, con i suoi uomini e donne in camice bianco o azzurro intenti a maneggiare provette dai tappi rossi e blu, oppure alle elaborazioni visive e grafiche degli algoritmi del contagio in relazione alla Rete, pensate appositamente per rendere di facile comprensione l’espandersi della pandemia. 

Visual journalist: il sonoro a supporto dell’immagine 

Ormai è chiaro a tutti che siamo passati dalle immagini statiche a quelle dinamiche. Queste, oltre a essere un susseguirsi di frame, scatenano emozioni anche attraverso il suono. I visual journalist da tempo ne hanno colto l’importanza, non lasciandosi sfuggire, pure in questa occasione, il suo uso. E dove li hanno individuati? Scandagliando il social più sonoro che c’è: Tik Tok. Ebbene sì, questa App cinese ha raccontato la pandemia, unendo immagini e musica, nonché rendendo virali alcuni trend. Inoltre, ha contribuito, con il suo specifico linguaggio visivo-sonoro, alla diffusione di informazioni scientificamente corrette in collaborazione con la Croce Rossa o la World Health Organization, per citare due esempi. 

Insomma, si è generato un nuovo lessico visivo, su cui i visual journalist hanno lavorato al preciso scopo di rendere riconoscibile, e alla portata di tutti, un tema di carattere scientifico. 

A questo punto, però, è mio preciso dovere mettere tutti all’erta; in quanto con la stessa grammatica visiva, fin qui in parte esplorata, oltre a creare ottime notizie si può dar forma anche alle fake image. Esiste un antidoto. Se si diventa dei bravi e istruiti visual observer (coloro che vedono e si informano attraverso le immagini, Nd.R.), si è in grado di difendersi anche da quest’ultime. 

In conclusione, ho utilizzato l’esempio della pandemia per rendere esplicito come oggi si possa raffigurare creativamente ogni cosa, anche invisibile e di attinenza ai campi scientifico e tecnologico. Si pensi a come applicando gli stessi principi sia pensabile raffigurare tanto la tecnologia digitale quanto scoperte inerenti alla fisica e alla chimica, per fare alcuni esempi. Insomma, conoscendo come si creano le immagini anche l’invisibile può diventare visibile e la divulgazione scientifica e tecnologica può raggiungere altri utenti.

L’importante in tutti i casi è comprendere che quando si dà forma a ciò che non vediamo, non solo deve rispondere a un preciso lessico visivo, ma deve pure essere inserita nel contenitore giusto.

Questo perché le immagini, diversamente dalle parole, possono cambiare significato in funzione dello spazio in cui appaiono. Per capirci, prendiamo lo scatto del buco nero diffuso l’anno scorso; ovvero la rielaborazione visiva utilizzata per rendere comprensibile ai più un tema da esperti di fisica. Ecco, immaginate se lo trovassimo in un sito fantasy, non ne percepiremmo la forza divulgativo scientifica e tecnica, ma lo leggeremmo come un’affascinante immagine Sci-fi. Tutto questo non è un male.

Un visual journalist conosce tanto i principi visivi che quelli della diffusione, guidando così la nostra visione; al preciso scopo di farci arrivare l’informazione corretta.

Per tirare le fila, nel campo della divulgazione scientifica e tecnologica c’è ancora molto da esplorare e ricercare. L’importante è non fermarsi, in quanto bisogna essere abili nell’utilizzare creativamente il suo mutevole alfabeto visivo. Un lessico che a differenza di quello scritto è in continuo movimento, potremmo dire fluido, quindi sicuramente alquanto contemporaneo.