In occasione di Hack@MI, abbiamo incontrato Mattia De Rosa, Cloud Solution Architect Manager di Microsoft ed esperto in ambito Data & Analytics.

«Ho sperimentato l’industria del software, negli ultimi vent’anni, da diversi posti. È stata un’avventura emozionante, coinvolgente, istruttiva e straordinariamente esaltante dal punto di vista professionale e personale. Sono sicuro che la parte migliore debba ancora arrivare. Adoro software, computer e futuro. Attualmente sto guidando l’adozione di Azure Cloud in Microsoft Italia come Cloud Solution Architect Manager nell’Unità di successo del cliente»

Mattia De Rosa, Cloud Solution Architect Manager di Microsoft

Nonostante gli accadimenti legati al Covid-19 e le conseguenze che stanno coinvolgendo tutto il mondo, Hack@MI, evento legato a #STEMinTheCity 2020, prosegue il proprio cammino. Essendo interamente on-line, Hack@MI arriva a casa di chiunque sia interessato.

Continuano, quindi, anche i nostri incontri con Partner ed esperti di settore, grazie ai quali proviamo a raccontare il mercato del lavoro e accademico in ambito STEM.

Mattia De Rosa, qual è stato il suo percorso di studi?

Il mio percorso di studi è cominciato a 14 anni quando mio padre, di testa sua e chissà per quale motivo, si è presentato a casa con un Texas Instrument TI-99/4A. É nata, in quel momento, una grande passione che mi ha accompagnato durante i miei studi scientifici. É proseguita con gli studi in ingegneria informatica con indirizzo sviluppo sistemi software e, ancora oggi, prosegue in tutte le mie scelte professionali. Sono sempre stato in aziende dove lo studio è elemento fondamentale e premiante.

Lo studio è alla base del suo lavoro e della sua vita, ci può raccontare com’era l’ambiente accademico quando ha cominciato? Si parlava già di Big Data, Machine Learning, I.A.?

Si parlava tanto di Dati, relazionali e reticolari. Di Big c’erano solo i computer. Quando ho cercato l’argomento per la tesi sono finito in un laboratorio della Fondazione Ugo Bordoni dove stavano studiando sistemi di codifica video (i progenitori dei vari MPEG-2 ed MPEG-4, N.d.R.). Era una stanza raffreddata che sembrava il Polo Nord; otto metri per tre che conteneva un solo calcolatore. Oggi quella cosa la fa il nostro cellulare, per intenderci.

Si parlava tanto di Intelligenza Artificiale, non come quella di oggi. La mia prima lezione di I.A. risale a un evento che, l’anno successivo, avrebbe cambiato la storia di questa disciplina e del gioco degli scacchi: Deep Blue Vs Kasparov. In quell’occasione, il campione russo ebbe la meglio e la mia professoressa esordì, in tono sommesso, affermando che avremo dovuto aspettare ancora per vedere un computer battere un campione. Come ho imparato nel tempo, in questo settore: se indovini il cosa, sei sempre spiazzato dal quando, che è sempre prima di quanto si riesca a immaginare.

Diceva che l’Intelligenza Artificiale era diversa…

Si parlava di logica del primo ordine; di prolog di sistemi formali, se proprio volevi essere super pratico di sistemi esperti. Un approccio basato sui Dati non si percepiva ancora nell’aria. Non a Roma. Non nel 1997. Nel laboratorio di informatica si potevano fare le prima navigazioni su Internet con Lynx, un browser testuale!

Com’è stato il suo approccio al mondo del lavoro? Ha qualche consiglio per le nuove leve?

Nel 97/98 il settore delle Telecomunicazioni era alla ricerca di qualsiasi laureato su cui riusciva a mettere le mani. Il mio approccio è stato quello di cercare, invece, quello che mi piaceva veramente; trovare una strada per rincorrere i miei sogni. Conservo ancora con cura la lettera con la carta intestata della Ferrari dove mi ringraziavano ma il mio profilo seppure interessante non era al momento in linea con le loro esigenze. Solo dopo questo rifiuto ho veramente cercato un lavoro nel settore che sentivo mi appartenesse veramente; dove mi sarebbe piaciuto trascorrere il resto della mia vita lavorativa: il mondo del software. Quindi l’unico consiglio che mi sento di dare è quello di provarci, almeno provarci.

A proposito di provare a fare ciò che si sogna: come sono le condizioni del mercato del lavoro, oggi, nel settore Big Data, Machine Learning, I.A.?

Sono ormai più di tre anni che sento ripetere, a imprenditori e manager d’azienda, che sono pronti ad assumere immediatamente persone con competenze nel mondo dei Dati. Quindi, la mia percezioni è che le condizioni siano floride.

La verità è che è molto difficile trovare persone veramente brave. Il mondo dei Dati si è molto evoluto e avere persone in grado di avere una visione ampia e pertinente non è facile. Non c’è nessuna evidenza che questa tendenza e spinta si riduca nei prossimi anni; quindi le aspettative per il mondo del lavoro sono altissime.

A proposito di visione ampia e pertinente: affiancare profili STEM a profili di formazione umanistica che vantaggi può portare a un team di lavoro?

La mia esperienza personale mi porta a dire che più i gruppi di lavoro sono vari, più riescono ad avere un impatto. Questo vale a tutti i livelli, dai board delle aziende ai gruppi di progetto.

In realtà, mi sento di dire che non c’è bisogno solo di affiancare, ma si dovrebbe fare in modo che le persone abbiano una formazione più rotonda; così come tutti parlano di coding come materia sin dalle elementari, si potrebbero inserire materie letterarie nei percorsi scientifici.

L’interdisciplinarità, in effetti, è un aspetto sempre più importante: come si applicano le proprie competenze fuori dalla propria comfort zone?

Ho avuto la fortuna di lavorare per aziende che hanno sempre guardato i risultati e favorito quindi modalità di lavoro dinamiche; in gruppo e alla ricerca di soluzioni, supportato da una formazione costante. Ho avuto grandi maestri, ma è anche vero che li ho sempre cercati. Credo che la curiosità sia la risposta vera a questa domanda. La voglia di mettersi in gioco, di contribuire, insieme, con gli altri, al raggiungimento di un obiettivo. Si può sbagliare. C’è una frase che mi piace molto: «I never lose, either I win or I learn».

A proposito di vincere o imparare: che aspetti positivi può portare un hackathon come Hack@MI dal punto di vista professionale ed esperienziale?

L’Hackathon, quindi Hack@MI, è un formato che sempre più aziende stanno abbracciando. L’entusiasmo, l’energia che si respira in questi eventi li rendono dei momenti di grande formazione, di creazione di relazioni forti tra colleghi; tra colleghi e partner; tra partner che perdurano ben oltre la durata dell’hackathon stesso. C’è un coinvolgimento molto forte che favorisce la collaborazione, l’aspetto creativo e, in questo contesto, un pizzico di competizione diventa un acceleratore, un catalizzatore.

«I never lose, either I win or I learn», è per questo che ha partecipato o parteciperebbe a un hackathon come Hack@MI?

Sì, il primo l’ho fatto per curiosità e l’ho subito trovato un modo bellissimo per imparare e per condividere con gli altri le cose che avevo imparato. Poi ho avuto la fortuna di supportarne un paio per stimolare l’utilizzo della tecnologia per aiutare gli altri e per sviluppare l’inclusione. Lo trovo un modo bellissimo per mettersi in gioco.

Tornando al mercato del lavoro, quali sono le leve decisionali più importanti, ad oggi, quando si valuta una nuova offerta lavorativa?

Credo ci siano risposte diverse a seconda del proprio percorso. In generale tendo a scegliere e prediligere chi sceglie rispetto al futuro. É importante ciò che il lavoro mi potrà dare o mi permetterà di dare, dove mi permetterà di arrivare, cosa mi consentirà di diventare. Si tratta di un investimento e ogni individuo affronta il rischio in modo diverso. Io non riuscirei a valutare un’offerta per un lavoro da cui non potessi imparare qualcosa.

Il tema di Hack@MI è il Futuro Sostenibile, che cosa rende una città Smart?

I servizi, l’accessibilità, la mobilità, la sostenibilità e le persone; ma forse parlo più per idealizzazione che per esperienza pratica. Ho visto delle “implementazioni” parziali: un po’ di smart building, un po’ di mobilità elettrica, di sistemi di abbattimento dell’inquinamento, ma mai un’esperienza integrata.

C’è un problema legato alla sostenibilità con cui vorrebbe confrontarsi?

Qualche anno fa sono venuto a contatto con una startup italiana che aveva sviluppato un sistema di monitoraggio degli alveari che era tanto semplice quanto efficace. Ho scoperto un mondo e, da allora, sono molto affascinato da come la tecnologia possa essere utilizzata nell’ambito dell’agricoltura e dell’allevamento.