Dopo il successo del webinar “Le Professioni del Dato, dell’AI e degli Analytics per Profili Umanistici”, in cui ha partecipato Guido Di Fraia, Professore e Prorettore alla Comunicazione e all’Innovazione dell’Università IULM e CEO e Founder del laboratorio IULM AI LAB, non potevamo non riprendere la discussione grazie ad un’intervista virtuale.  

Durante la scorsa tavola rotonda infatti sono emersi tanti hot topic interessanti. Solo per citarne alcuni: mediatori culturali e integrazione delle soluzioni AI in azienda. Oggi riprendiamo il discorso grazie al Professor Di Fraia, che ci illustrerà il suo punto di vista e le sue considerazioni riguardo lo scenario formativo e aziendale italiano.

Buongiorno Professore. Da docente di sociologia sempre più interessato alle dinamiche tecnologiche, ritiene che sarà possibile in un futuro trovare profili “puri”, solo umanistici, o sempre di più avremo solo mediatori culturali, cioè figure ibride? Se sí, questo è positivo? 

Escluderei uno scenario in cui esistono solo figure ibride, perché è difficile che il sistema istituzionale e formativo si evolva in maniera così strutturata da rendere possibile la nascita di figure solo ibride. Come dibattuto anche nello scorso webinar, serviranno sempre più contaminazioni tra formazione tecnica e umanistica affinché ci sia una vera ibridazione, e qui parliamo di un futuro ipotetico così lontano che non ci saremo neanche noi qui per parlarne. Va sottolineato comunque che anche questo scenario di completa ibridazione potrebbe portare in certi casi a delle complessità.

Nel webinar abbiamo portato come esempio il fatto che progressivamente ci sarà minore richiesta di specialisti puri delle materie AI. Si avrà questa minore richiesta semplicemente perché i profili tecnici andranno a lavorare nelle aziende che sviluppano le suddette soluzioni, i player tecnologici appunto, mentre le aziende finali che useranno questi strumenti non avranno bisogno dello specialista, perché quel know how sarà già embeddato nelle macchine. Sarà quindi meglio avere personale più formato sul dominio o con competenze di carattere socio-culturale o psicologico e in grado di aiutare le aziende, la scuola o le PA ad usare quelle tecnologie in maniera efficace.

Consiglio per i nostri lettori con profili umanistici: su quali ambiti specializzarsi per intraprendere un percorso sulle nuove professioni legate all’AI? Quali competenze tecniche cercare di acquisire per cogliere (e non essere vittime) delle opportunità che si creano?

In alcuni casi ritengo sia sufficiente una alfabetizzazione di base alle nuove tecnologie legate all’AI. Ripeto, non c’è bisogno di diventare esperti di codice, anzi, non è il tipo di qualificazione prevalente che mi viene da immaginare.

Innanzitutto bisogna essere curiosi, capire al di là del sentito dire che cosa vuol dire effettivamente “tecnologie legate all’intelligenza aumentata e artificiale”, ed eventualmente come passaggio successivo che consiglio di fare, cercare di capire come effettivamente funzionano le macchine a livello di logiche di apprendimento e di output che sono in grado di dare. Quindi sostanzialmente non consiglio di fare niente che abbia a che fare con la scrittura codice, modellizzazione o progettazione. É necessario invece capirne le logiche di fondo, i meccanismi di funzionamento, le logiche di addestramento e cosa sanno fare. Queste competenze sono sotto certi aspetti molto facili da acquisire proprio perché gli stessi player tecnologici sono molto interessati a generare disseminazione.

Guardiamo ad esempio cosa succede con le academy di google, rispetto alle quali ho enormi perplessità, ma che comunque ci mostrano una direzione. I corsi google, che per ora sono prevalentemente nell’ambito del digitale in generale, arriveranno a trattare anche il tema dell’AI. Ormai tutti i player tecnologici offrono infatti percorsi formativi sulle proprie piattaforme, sulle quali si può anche” giocare a mettere insieme i famosi mattoncini del lego”. Grazie a queste risorse non solo posso capire come apprendono le macchine e quali sono i moduli che lo fanno funzionare, ma posso giocarci gratuitamente seguendo i tutorial. Ecco, io credo che se una persona con consapevolezza e coscienza segue dei corsi formativi di questo tipo, questo gli basta per mettere a frutto questa duplice expertise.

Nel 2018 ha presentato al convegno “Big Data & AI. The Future of Marketing” I risultati di una indagine sul livello di adozione dell’AI per attività di marketing e comunicazione nelle aziende italiane. Solo il 20% (su 128 imprese) dichiarava l’effettiva adozione di soluzioni di AI e solo il 5% in modo maturo. Dopo due anni lo scenario è cambiato e in che modo?

Questi dati raccolti sono abbastanza complessi e per quanto abbiamo dati specifici, una delle fonti più autorevoli In Italia rimane l’osservatorio del Politecnico. Fu proprio questo osservatorio a presentare a gennaio di quest’anno una ricerca svolta nel 2019, i cui dati risultavano più o meno simili a quelli che avevamo raccolto noi.  Ovviamente il campione era diverso e la rappresentatività era diversa, ma, in ogni caso, non sembrava ci fossero grossi cambiamenti.

Come IULM AI LAB inoltre abbiamo appena realizzato una ricerca su 230 imprese italiane sull’uso dell’automazione, e in particolare dell’intelligenza artificiale,  per attività di customer care e presenteremo i risultati il 29 ottobre in un evento online (https://www.eventbrite.it/e/biglietti-umania-2020-106782226514?aff=eand). Anche i dati che emergono da questa ricerca sono abbastanza imbarazzanti: il numero di aziende che utilizzano soluzioni avanzate è davvero piccolo, e soprattutto, anche laddove siano presenti soluzioni di questo tipo, in prevalenza la user experience che si riesce a generare negli utenti non è quella che ci si potrebbe aspettare. Ritengo quindi che ci sia ancora tanto lavoro da fare in questo ambito.

Ha proprio anticipato la prossima domanda sull’evento UMANIA del 29 ottobre, in cui le avremmo chiesto di darci qualche anticipazione. Cosa emerge quindi dai dati che avete raccolto?

Quello che emerge è che le piccole imprese hanno grandi difficoltà di carattere prettamente culturale, perché di fatto queste tecnologie, se si conoscono abbastanza, sono alla portata anche di soggetti più piccoli. Il tema della barriera culturale di piccole e medie imprese ad attivare soluzioni di questo tipo è molto importante, ma ricordiamo che neanche le grandi imprese sono perfette. Per quanto riguarda le grandi imprese infatti, solo il 13% che abbiamo esaminato, quindi 25 sulle 230 aziende che abbiamo preso in considerazione, ha delle chat attraverso le quali incanala la conversazione con il cliente con domande automatiche, che servono per categorizzare i bisogni dell’assistenza. Queste sono veramente realtà con numerosità di casi molto bassa.

Mi sorge spontaneo chiederle: se per le piccole imprese il problema è la barriera culturale, per le grandi imprese qual è? Diventa infatti difficile capire il motivo di questa assenza, dato appunto le maggiori risorse disponibili e l’assenza di barriere culturali, rispetto a una piccola impresa che, ad esempio, deve anche investire in ricerca di personale informato.

Ottima osservazione. Un altro motivo per cui facciamo questo convegno è appunto quello di riflettere con gli osservatori privilegiati l’origine di questi fenomeni. Il Covid, ad esempio, avrebbe dovuto per certi versi facilitare il processo (in alcuni casi lo ha fatto), ma per altri invece ha ritardato delle progettazioni che erano già in atto. L’impressione che noi abbiamo come laboratorio è che, soprattutto sul tema della scarsa capacità di queste aziende di lavorare sul piano della user experience, i problemi siano legati ad una gestione dei progetti affidata a solo profili tecnici e quindi ad una ridotta ibridazione. Se sono progetti che nascono prevalentemente nell’area dell’IT, da software house o da grandi player che privilegiano l’approccio tecnologico rispetto all’approccio basato sul cliente, ecco perchè poi i risultati sono quelli che vediamo.