Le macchine raccontano storie? Supereranno mai le abilità narrative degli esseri umani? 

Abbiamo fatto queste ed altre domande a Joseph Sassoon, alphabet research e autore di «Storytelling e intelligenza artificiale, Quando le storie le raccontano i robot».


copertina storytelling e intelligenza artificiale, quando le storie le raccontano i robot
Buongiorno Joseph, ci racconti cosa ti ha spinto a scrivere il tuo libro «Storytelling e intelligenza artificiale, Quando le storie le raccontano i robot»?

Buongiorno Elena. Direi che le spinte sono state principalmente due. La prima è venuta da una serie di articoli che, negli anni recenti, ho letto nella stampa internazionale dedicata ai progressi delle tecnologie incentrate sul linguaggio. Queste tecnologie hanno fatto dei passi avanti straordinari, proprio grazie all’intelligenza artificiale e al machine learning

Il tema trasversale a quegli articoli verteva fondamentalmente sulla capacità crescente degli algoritmi di gestire il linguaggio umano, non solo in chiave riproduttiva ma anche generando testi nuovi in modo sempre più autonomo. Questa tendenza è di per sé affascinante, e lo è tanto più se si considera che essa trova già applicazioni molto importanti, ad esempio nel giornalismo. 

La seconda spinta è derivata dall’aver incontrato una frase di Elie Wiesel, che non a caso cito nelle prime pagine del mio libro. La frase è ripresa da un’antica parabola ebraica e suona così: “God created man because He loves stories”.

Un concetto bellissimo, ricco di significati e implicazioni simboliche, che mi ha molto colpito. In esso soprattutto si fa strada l’idea che, tra tutte le creature esistenti in questo mondo, nessuna è mai stata in grado di narrare storie prima dell’uomo. E anche dopo la sua creazione, questa è rimasta da tempi immemorabili una prerogativa unica della specie umana. Fino ad ora. Ma ora forse siamo alle soglie di una svolta epocale in cui, se gli sviluppi delle tecnologie del linguaggio progrediranno ulteriormente, il senso profondo di quella frase potrebbe essere messo in questione. Delineando una situazione del tutto nuova in cui la capacità di ideare storie potrà essere condivisa con qualcun altro – o qualcos’altro: i sistemi artificiali.

A che punto è la capacità delle macchine di fare storytelling e quali ritieni siano i più significativi progressi dell’interactive storytelling? 

Siamo già arrivati al punto in cui, con un piccolo contributo umano d’impostazione, i robot possono scrivere articoli di giornale, opere narrative, script di film, testi pubblicitari, discorsi politici. 

Per acquisire questi talenti, il metodo è quello di nutrire i software con vasti database testuali, e poi chiedere loro – partendo da uno stimolo iniziale e suggerendo un genere di scrittura – di andare avanti a generare testi nuovi. Poiché i database testuali possono anche essere dati da tutta Wikipedia, o da migliaia di romanzi, si capisce facilmente come i sistemi artificiali oggi siano in grado di scrivere testi di ogni natura. 

Come fanno questo? In genere i sistemi operano valutando la probabilità statistica che una parola segua un’altra o un insieme di altre parole. Questo conduce le macchine a rilevare dei pattern, ovvero dei percorsi sistematici più o meno ricorrenti, e la gerarchia tra essi. Apprendendo tali regole, le macchine riescono poi a produrre testi o storie nuove. 

Al momento i testi prodotti sono di qualità media, ma alcuni possono tranquillamente passare il test di Turing, lasciando il lettore incerto se si tratti dell’opera di un computer o di un essere umano. In certi casi si può arrivare all’eccellenza. Qualche anno fa un romanzo scritto da un’intelligenza artificiale ha vinto il secondo premio di un concorso letterario in Giappone. 

Circa l’interactive storytelling, i progressi più significativi mi risulta che stiano avvenendo nel campo dei videogiochi. La capacità di alcuni games di determinare lo sviluppo delle storie in modo co-creativo (cioè col contributo attivo dell’utente) è già molto avanzata.

Ma l’intelligenza artificiale può davvero essere creativa?

Questo è un tema molto dibattuto. Secondo molti analisti la creatività è un processo che richiede assolutamente forme di intelligenza e sensibilità tipicamente umane. Ma sono numerose pure le opinioni di chi pensa l’opposto. Ovvero che i sistemi artificiali stiano già producendo opere – sia nella narrativa che nella musica, in pittura o nel design – che non hanno nulla da invidiare a quelle prodotte dall’ingegno umano. 

In fin dei conti, anche la creatività umana nasce dalla presa in conto di una quantità di stimoli tratti dal passato personale o collettivo. Gli artisti rielaborano questi materiali in modi nuovi, ispirati alle tendenze più recenti, e ciò può portare a opere ritenute creative. Ma lo stesso possono fare le macchine.

Da un punto di vista etico, ma anche politico, quali ritieni siano i rischi e le opportunità dell’entrata in gioco dell’AI nel campo dello storytelling? 

I rischi sono di varia natura. Per entrare subito in ambito politico, è noto che nel 2016 i bot hanno dilagato nel web con messaggi che cercavano di influenzare l’esito delle elezioni presidenziali americane. Si è trattato di un fenomeno un po’ grezzo e di dubbia efficacia. Ma quei sistemi possono imparare a fare di meglio, con risultati imprevedibili. 

Allargando il discorso, sappiamo che Stephen Hawking, prima di morire, ha dichiarato che l’intelligenza artificiale potrebbe distruggere la nostra civiltà. Con sistemi di questa potenza, il pericolo di derive nefaste indubbiamente esiste. Hawking non si riferiva in particolare allo storytelling, ma non è difficile intuire che, se le macchine dovessero iniziare a produrre e far circolare testi d’ogni tipo senza controllo, questo potrebbe crearci molti problemi. 

Tuttavia è importante pure intravedere le opportunità. Ciò di cui molti analisti parlano affrontando questi temi è soprattutto il fatto che i robot possano diventare dei fantastici storytelling assistants. Cioè dei sistemi di supporto in grado di collaborare coi creativi umani nell’ideare storie nuove, raccogliendo materiali, analizzando l’arco narrativo, elaborando idee di sviluppi possibili, suggerendo svolte finali alternative. Su tutti questi aspetti si sta lavorando in molte sperimentazioni in giro per il mondo.

Ti va di farci qualche previsione sul futuro dello storytelling?

Quello che mi aspetto è che, nel breve/medio periodo, la superiorità della creatività umana nell’ideazione di storie rimanga incontestata. In questo arco di tempo le macchine avranno essenzialmente una funzione di supporto, per i creativi inclini a trarre vantaggio dall’interazione coi robot. Ma le tecnologie che possono rendere gli algoritmi sempre più capaci di intervenire nel campo dello storytelling non cesseranno di progredire. 

Nel lungo termine, diciamo di qui a una decina di anni, potremmo trovarci di fronte a sistemi artificiali molto più avanzati – e autonomi – in ogni attività di elaborazione testuale. 

E che dire del lunghissimo termine? Proviamo a pensare cosa potrà accadere fra cinquant’anni o fra un paio di secoli. Si tratta di orizzonti temporali non particolarmente estesi sulla scala dell’evoluzione umana. Se i progressi dell’intelligenza artificiale continueranno ad essere esponenziali, come lo sono stati negli ultimi anni, tra un secolo o due non soltanto i robot avranno imparato a parlare ma saranno diventati davvero capaci di inventare storie nuove. 

Cosa questo potrà comportare per la nostra identità e la nostra cultura è tutto da immaginare.


Per approfondire ulteriormente il tema dello storytelling, anche in ambito Dati, ti ricordiamo che ad ottobre 2020 Joseph è stato nostro ospite al webinar «Data Storytelling: in che modo il dato può diventare narrativo?», che puoi vedere su Youtube qui.