Testo di Nico Spadoni, FrancoAngeli

L’agilità è un cambio di paradigma che interessa il modo di gestire un’azienda, di organizzarsi, di scoprire nuove opportunità di business attraverso un dialogo continuo con i clienti. Ricco di storie e testimonianze delle aziende più innovative del panorama italiano e mondiale, Agilità. La sfida alla complessità dei nuovi business edito da FrancoAngeli è un aiuto concreto per imprenditori, professionisti e manager, una guida per percorrere con successo la strada del cambiamento che la rivoluzione digitale impone a chiunque voglia tenerne il passo e coglierne le opportunità.

«Nessuna tecnologia di per sé ha la forza sufficiente per produrre trasformazione. L’agilità è ciò che ci è chiesto dal contesto come prova evolutiva delle organizzazioni». 

Alessandro Donadio – Associate Partner EY

Laura è una donna gentile e risoluta, alle prese con il principe dei sistemi complessi, la vita. È madre single di Luca, un bellissimo bimbo di due anni. Ha un ottimo impiego e, nonostante le difficoltà, riesce a essere una buona madre e una brava professionista. Le sue giornate sono una full immersion di impegni incastrati e scanditi con precisione svizzera. Sebbene si ritenga una donna fortunata, ha tre grandi preoccupazioni: tirar su Luca nel migliore dei modi, assicurargli un futuro prospero e ritagliarsi un po’ di tempo anche per sé stessa.

agilità
Nico Spadoni coach di agilità aziendale, digital contaminator, speaker e blogger, opera da più di trent’anni nel settore delle utilities e delle tecnologie digitali.

Tony è un pilota di caccia, noto per la sua abilità e la sua simpatia. Ha alle spalle diverse missioni di successo e migliaia di ore di volo. È un fanatico della disciplina, della precisione e della cura di sé. Non è mai soddisfatto delle proprie performance e lavora strenuamente per migliorarsi. Il suo lavoro è fatto per lo più di attesa, ma quando passa all’azione deve concentrare tutti i suoi talenti in pochi densissimi minuti, tempo in cui il più piccolo errore può costargli la vita. Le sue missioni sono una continua sfida contro un sistema complesso altamente instabile e incerto. Lui ne è consapevole, ama il suo lavoro, si considera un privilegiato ma ha un assillo, sopravvivere alla prossima missione.

Roahr era un cacciatore, uno dei migliori del suo villaggio. Non tornava mai a mani vuote da una battuta di caccia. Al crepuscolo del paleolitico il mondo era stretto nella morsa delle glaciazioni, i tempi si erano fatti duri, la selvaggina scarseggiava e procurarsi il cibo era sempre più difficile. In quell’ultima spedizione, Roahr setacciò la steppa per giorni senza fortuna. Durante la notte si era accampato sulla sponda di un torrente, quando un rumore lo svegliò. Aprì gli occhi e quello che vide lo atterrì. Non aveva mai visto in vita sua un mammut. Quel mastodonte era a pochi passi da lui ma sembrava non curarsene, intento a dissetarsi non mostrava il minimo interesse per lui. Roahr però, resistendo all’impulso di fuggire urlando, rifletté sul suo bisogno primario, sfamare sé stesso ed il proprio villaggio e riuscire ad avere la meglio su una preda che sembrava una montagna.

Cos’hanno in comune i nostri tre personaggi?

Tutti e tre hanno un compito da assolvere, un compito reso ancor più difficile dalle loro paure, dai loro desideri e dalle loro aspirazioni. Tutti e tre si trovano a dover fronteggiare situazioni complesse e con poche certezze.

Come intendono raggiungere i loro obiettivi?

La prima capacità necessaria per affrontare situazioni complesse è l’abilità di comprendere l’ambiente, il suo quadro d’insieme, le tendenze, cioè le trasformazioni rilevanti in atto. Questa scansione ambientale è una funzione fondamentale per compiere delle scelte efficaci e prendere buone decisioni. Grazie a essa è possibile percepire lo stato di un sistema e il suo evolversi. Con essa e attraverso una serie di interazioni, possiamo riconoscere quegli indicatori e quei parametri che ne perturbano sensibilmente il comportamento.

La seconda è l’osservazione continua. È pur vero che i fenomeni complessi non sempre danno una risposta nel breve periodo, per cui non ci si può accontentare delle evidenze immediate. Occorre invece osservare le fluttuazioni del sistema con regolarità e perseveranza, anche in assenza di sollecitazioni. Perché un’interazione potrebbe causare cambiamenti molto lenti, oppure effetti che diventano macroscopici solo in determinate condizioni.

Non è possibile controllare i fenomeni complessi, ma è possibile provare a orientarli verso uno stato proficuo per i nostri scopi. Si tratta pur sempre di tentativi e, come tali, dall’esito aleatorio. Così la terza capacità è quella di individuare i maggiori rischi e opportunità delle scelte e delle decisioni che intendiamo prendere. I rischi sono intrinsechi, dipendono dal sistema e vanno analizzati allo scopo di mitigarne gli effetti. Le opportunità invece sono soggettive, dipendono dalle nostre aspirazioni, dagli scopi che ci prefiggiamo, dal momento in cui si presentano e dalla nostra capacità di sfruttarle. Così il nostro compito è rilevarle e disseminarle nell’ambiente per poterle poi cogliere al momento opportuno.

L’ultima, e più importante, capacità che occorre sviluppare per prosperare in un sistema complesso è l’indulgenza verso i risultati, buoni o deludenti che siano. La capacità di cogliere il valore dell’esito a prescindere dalle aspettative. Spesso la distanza tra aspettative e risultato è considerata un fallimento. Invece è solo una delle possibili risposte di un esperimento, la più probabile a volte. E da quel risultato possiamo imparare moltissimo sul sistema entro cui agiamo. A proposito del fallimento, Nelson Mandela disse: «Io non fallisco mai, a volte vinco, altre imparo». Al di là del valore filosofico dell’affermazione, questo è l’atteggiamento più efficace per prosperare in un mondo complesso. Mandela sopravvisse a più di 26 anni di detenzione in condizioni disumane, all’interno di un ambiente ostile quale era, all’epoca, il Sudafrica dell’apartheid. Eppure alla fine ne diventò il Presidente, cambiando per sempre la storia del suo popolo.

Affrontare la complessità forti delle quattro capacità appena descritte non garantisce la certezza sul risultato, ma ne aumenta considerevolmente le probabilità. Riduce i rischi connessi alle nostre azioni e consente di cogliere opportunità anche impreviste. Vediamo, ad esempio, come se la cavano i nostri tre amici.

Laura ha compreso che non è possibile controllare tutto ciò che le accade intorno, ma sa anche che alcuni comportamenti e scelte, statisticamente, influenzano l’ambiente. Per esempio, è sempre gentile e generosa con le persone, questo fa in modo che, con buone probabilità, anche le persone lo saranno con lei nel momento del bisogno. Inoltre, sarà più improbabile incappare in comportamenti ostili. Ha scelto con attenzione la scuola per Luca, è un po’ troppo distante e deve raggiungerla in auto tutte le mattine. Ma sa che una buona istruzione e un ambiente migliore, contribuiranno sensibilmente alla crescita del bambino e alla sua capacità di trovare la propria strada da adulto.

Sul lavoro è molto stimata e non disdegna la possibilità di far carriera. I suoi colleghi pensano che abnegazione e conformismo siano la strada migliore per emergere. Lei invece ha preferito lavorare su sé stessa. Rifugge gli straordinari liberando del tempo per le sue passioni, la lettura, il ballo e la cura delle amicizie. Questo le ha permesso di essere sempre in forma, in pace con sé stessa e di ridurre drasticamente il suo livello di stress. Così a lavoro è brillante, disponibile, creativa ed efficace. Il suo contributo è molto apprezzato e la sua carriera si prospetta molto luminosa.

Tony ha capito che i ridottissimi tempi in cui le sue missioni si esauriscono non consentono grandi margini di ragionamento su ciò che sta accadendo. Sa che i parametri che portano al successo sono la cultura professionale, l’addestramento, l’organizzazione, la tecnologia, la cura dei dettagli. Così ogni giorno si sottopone a un lungo e duro addestramento. Studia con impegno per conoscere l’ambiente, la storia, le tecnologie. Si aggiorna su ciò che accade nel mondo cercando di comprendere le implicazioni che questo ha sul suo lavoro.

Prima di una missione studia i rischi e pianifica le migliori strategie per scongiurarli. Sa che tutto dipenderà dall’istinto e dagli automatismi che sarà stato in grado di sviluppare per prendere le necessarie decisioni tempestivamente. Ha imparato che la dote principale per un pilota di caccia è l’umiltà, la vita dei suoi compagni è nelle sue mani, così come la sua è nelle loro. L’umiltà alimenta lo spirito di squadra e favorisce il sacrificio. L’ego, la presunzione, le gerarchie invece li compromettono. Così, lui si prende cura dei bisogni dei suoi compagni anche se inferiori in grado e fa in modo che tutti seguano il suo esempio.

Il pachiderma pareva deciso a restare nei pressi del torrente. Roahr restò nascosto ad osservarlo. Vide che si cibava di frutti e foglie. Sulla riva del fiume gli si accostò un piccolo mammifero che poté bere indisturbato prima di dileguarsi nuovamente nella foresta. Di tanto in tanto gli lanciava contro dei sassi senza farsi vedere.

Il mammut ne era infastidito e ogni volta si spostava arretrando. Al tramonto Roahr si ritrasse nella foresta e accese un fuoco. Poi, al calare del buio, tornò al ruscello illuminando il sentiero con una torcia. Il gigantesco animale era ancora lì, immobile. Dorme, pensò Roahr e, timoroso ma eccitato, decise di avvicinarsi. A quasi tre passi di distanza calpestò un ramo secco e lo schiocco svegliò il mammut. La fiamma davanti agli occhi lo spaventò, un assordante barrito pietrificò Roahr. È la fine, pensò. Ma il mastodonte si ritirò goffamente e quando recuperò l’equilibrio si lanciò in fuga.

Assorbito il panico, Roahr rifletté sull’accaduto. Aveva capito che, nonostante la stazza, quell’animale non era feroce. Quasi certamente non era carnivoro. Infastidito dai sassi tendeva ad allontanarsi e il fuoco lo terrorizzava. Ora il gigante era fuggito, ma riteneva che sarebbe tornato per abbeverarsi. Così decise di tornare al villaggio, informare gli altri cacciatori della sua scoperta e delle sue osservazioni. Prevedeva di ritornare con gli altri ad osservare meglio il suo comportamento, almeno per un po’. Ma era persuaso che con l’aiuto di tutti ed un buon piano, avrebbe avuto la meglio sull’animale. Con buona probabilità, quell’inverno, il suo villaggio non avrebbe patito la fame.

Cosa impariamo dai nostri tre eroi? Come hanno approcciato i problemi? Quali intuizioni hanno guidato le loro azioni? C’è qualcosa che li accomuna?

Le storie si prestano a diverse interpretazioni, probabilmente in alcune decisioni ti sarai identificato, su altre avrai storto un po’ il naso. Non importa, la vita è così, in ogni situazione ci sono scelte su cui siamo concordi e altre da cui prendiamo le distanze. La cosa importante, piuttosto, è capire se dietro questi racconti ci sia uno schema comportamentale ripetibile e imitabile. Un modus operandi che crei condizioni favorevoli quando fronteggiamo la complessità.

In effetti Laura, Tony e Roahr ci appaiono scaltri, assennati e di buonsenso. Persone speciali, insomma. E in genere ci limitiamo a giudicare questo, attribuendo loro talenti fuori dal comune. Se non fosse così? Se quello che noi pensiamo sia un dono di pochi non fosse altro che una capacità che abbiamo tutti e che dobbiamo solo imparare ad usarla?

Dietro le loro vicende si nasconde un comune modo di guardare la realtà e di mettersi in gioco. Le loro decisioni celano un approccio ed un atteggiamento aperto all’ignoto e attento ai segnali. Le loro azioni non mirano ai risultati immediati ma alla realizzazione di uno scopo più grande e duraturo.

La lezione che possiamo imparare dai nostri eroi si può sintetizzare in sei importantissimi passi:

  1. avere sempre chiaro lo scopo per cui facciamo ogni cosa
  2. porre attenzione a tutto ciò che può influenzare il raggiungimento dello scopo
  3. prefigurarsi tutte le possibili azioni che possiamo compiere e valutarne le possibili conseguenze
  4. selezionare l’azione successiva in base ai rischi e alle opportunità
  5. esaminare gli effetti delle azioni compiute
  6. in base al risultato reiterare l’approccio prendendo in considerazione anche la possibilità di rimettere tutto in discussione

Nessuno dei passi indicati rappresenta un vincolo di pensiero o di decisione. Non si tratta di regole ma di orientamenti, che non indicano cosa guardare ma dove posizionarsi per vedere meglio. Non prescrivono come agire ma come farsi trovare pronti quando ci sarà da agire.

Operare nella complessità richiede qualità umane quali intuito, pazienza, curiosità, coraggio, visione e creatività. Talenti innati che, però, vanno allenati e che diventano tanto più affilati ed efficaci quanto più li mettiamo in gioco.

Questo è ciò che mi piace chiamare agilità.

Purtroppo l’osservanza di regole e procedure, le convinzioni preconcette, l’eccessiva prudenza, ci abitua a farne a meno o a limitare l’utilizzo dell’agilità. Così cadiamo in una inconsapevole pigrizia intellettuale, conseguenza deteriore della nostra comoda e soporifera modernità. É paradossale che ciò accada proprio quando il mondo raggiunge la sua massima complessità.

L’agilità si gioca su questo difficile terreno. La buona notizia è che tutti quanti abbiamo ciò che ci serve. Tutti siamo potenzialmente in grado di sviluppare agilità. La notizia meno buona è che per fare emergere l’agilità e poi metterla a frutto occorrono, almeno agli inizi, impegno, costanza e fatica. Tanto maggiori quanto più siamo contagiati dalla pigrizia intellettuale.

Sviluppare davvero agilità è un percorso in salita ma avventuroso. Lastricato di difficoltà e di rischi, certo. Ma non è forse così che si vincono le sfide? Non è così che si raggiungono i migliori risultati? Non è così che si insegue quello che desideriamo davvero?

Eppure nel mondo reale non è questo il modo in cui affrontiamo la complessità. Nella vita di tutti i giorni, come sul lavoro, non è l’agilità la nostra prima leva d’azione. Tutti conveniamo che occorre buonsenso in quello che facciamo. Purtroppo ci lasciamo guidare dalle abitudini, dalle esperienze passate, dalle pratiche consolidate, dalle regole. Anche perché rimettere in discussione tutto, e sempre, ha un costo. Si fa più fatica e ci incute disagio, insicurezza.

Diciamocelo, l’agilità è problematica. Tutto sta nel capire se lo sforzo necessario porti un adeguato beneficio. Insomma, ne vale davvero la pena? Io credo di si, e se ci credi anche tu, non ci sarà crisi, non ci saranno ostacoli e non ci saranno difficoltà che non potremmo superare. E, perché no, magari insieme.